La Pensione Magnolia resiste al tempo, guardiana del Lago.
Pieno di pesci, come i laghi. Pesci che vivono un universo
parallelo, fatto di vuoto riempito d’acqua, di silenzi
irreali e apparente sospensione del dolore. Anestesia dell’esistenza.
L’uomo che varca la soglia della Pensione, dopo anni
di malata, forzata assenza, non ha dimenticato la lezione
dei pesci, quella modalità distratta e assorta di tradire,
assopendosi in altro, il proprio essere al mondo. Grazie a
quella lezione, dopotutto, è sopravvissuto ai giorni,
infiniti come la rincorsa delle piastrelle lungo i corridoi,
di una clinica psichiatrica. Grazie a quella lezione ha sciolto
dal guinzaglio la sua ombra, lasciandola libera di vagare
in spazi proibiti al corpo. Ora l’uomo ritorna alla
vecchia stanza sul Lago. Con la sua ombra. E una valigia che
non si può disfare. Perché è piena dei
ricordi degli spiriti lasciati sulla riva, e custoditi dal
silenzio segreto dei pesci da quel giorno lontano che gli
infermieri lo portarono via.
Così quel bagaglio reale e immaginario sputa in faccia
agli abitanti della Pensione situazioni e oggetti dimenticati,
costringendoli a ricordare. E, di nuovo, a vivere. La Magatiroide,
grazie a un braccialetto d’oro stretto adesso da giovani
mani, replica la sua farsa d’amore recitata tanto tempo
prima insieme a un prestigiatore di Praga “con gli occhi
da vampiro e il sorriso da torero”. Una cassetta dei
Beatles resuscita il fantasma del Violinista che nelle sere
di bruma in riva al Lago suonava Yesterday a chi voleva naufragare
meglio nella malinconia.
Le farfalle dipinte su un foulard di seta spaccano crisalidi
per danzare ancora sul viso nubile e mesto di una Stiratrice
che morirebbe bene su un pastello di Degas. E se le farfalle
hanno ali di seta, una rosa di carta invecchiata profuma di
blu, donata dalla commessa di uno spaccio di liquori da un
cliente con l’alito che puzza di sambuca.
E una penna. Di quelle che se le capovolgi vinci una donna
nuda: elogio del kitsch, oggetto del desiderio, trasgressione
e trofeo da terza elementare.
Una valigia che si rivela, infine, una cassetta degli attrezzi.
Da Meccanico, sì, ma che ripara i Ricordi, uno che
non rifila ricambi, ma solo pezzi originali: lucidati col
panno morbido del tempo e del silenzio. Con la pazienza muta
dei pesci.
Ho riletto il libro di Van De Sfroos più d’una
volta, come non mi capitava di fare da un po’. La sua
prosa surreale, accesa a tratti da bagliori concreti e inaspettati,
gli accostamenti retorici geniali che semina lungo le pagine
di storie brevi e dense come acqua di lago, pretendono un
assorbimento calmo, concentrato su ogni vibrazione della scrittura,
un’osmosi meditata coi luoghi più profondi del
sentire che ha i contorni commossi di un inaspettato, fatidico
ritorno. A casa e alla memoria.
Cristina Babino
http://lacuginaargia.splinder.com/
(articolo pubblicato su “La Prima Web”, 2004)
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