Il mio nome è Herbert Fanucci

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Chi è veramente Herbert Fanucci? E perché Phil Collins gli deve un divano? Di lui, sappiamo che è stato un cameriere, un fotografo, probabilmente un cronista, e anche qualcuno di cui non vuole parlare: di sicuro, ha deciso di non scattare mai più una fotografia. Adesso l’imperativo che anima la sua esistenza e agita i suoi sogni è “scrivere un libro”, forse per ritrovare se stesso o forse per perdersi definitivamente!
Ma quale può essere il cammino che lo condurrà all’uscita del labirinto del suo passato? Nasconde più segreti il due di picche disegnato sulla sua spalla o la Villa Rossa in cima al paese? E che canzone cela la sua Luna? Ogni domanda non ha una sola risposta; ogni risposta, invece, scatena mille domande. Non esiste un’altra via per un uomo che cerca di far coincidere il proprio destino con il volo del corvo.

In libreria dal 23 novembre 2005

 

Le foto della presentazione ufficiale alla Feltrinelli di Milano con il commento di Arty

 

   

Michi ci ha inviato le sue impressioni dopo aver letto il libro....

"Son tanti i particolari che tornan su solo dopo che l’hai richiuso, dopo la seconda lettura soprattutto. Libro gambero.
La copertina coi colori delle 3 nuvole è solo uno.

Scampoli d’uomo, bottiglie rotte, distrutti da un colpo di flash, di sciabola, di vento ricomposti solo da chi riesce a intuire l’intero osservando i cocci.
Uomini che riescono a sopravvivere solo guardandosi da fuori e ribattezzandosi con un nome, che forse non è neanche quello giusto per loro.

Davide alla Libreria Voltiana di Como - Foto Anto68


Personalità multiple nate dall’amalgama di ogni sfumatura bene/male di ogni anima incontrata per strada, che hanno amato o distrutto, con cui hanno diviso una parte di vita, di un mese o per sempre, o solo sfiorato; i Genési della Cooperativa di Lenno o i Genesis di Phil Collins; non serve approfondire sempre per capire se si è affini e talvolta è meglio risponder facile a certe domande, che a spiegarla tutta non ti crederebbero e tu avresti paura.
Herbert legge le notizie piccole e tralascia i titoloni, ha frequentato le rockstar più famose e celebra la gente comune, più facile essere l’asso alle feste mondane che ricordarsi quella volta che si è stati il due di picche: a scanso, meglio tatuarselo; a scanso, meglio strappare le corde a un violino vivo e farne un bracciale; a scanso, meglio non guardarla neanche quella chitarra; a scanso, meglio indossarlo il Sacro Martello.

La discarica custode della memoria e luogo dove compiere rituali commemorando quello che la gente butta via, la valigia del meccanico dei ricordi che prima o poi ti riscoppia in faccia ed è lì che se non ricevi quell’abbraccio SUBITO, non puoi fare altro che smettere di esistere.

La Luna, enigma siderale e di carne, alter ego femminile dolce che però certe notti ti stupra fin che non ti cava la Lacrima Buona.

Un bel tributo a tante persone incontrate, ognuno può credere di trovarci un riferimento, esplicito o nascosto.

Ci si bagna ancora nel lago e nei liquidi per lo sviluppo fotografico, negativo, positivo, specchio/spicchio delle mie brame, chi è il più vero del reame?

C’è un momento in cui ci si sente pronti a disfarsi delle cose più care, del passato, degli appunti, per scrivere una storia nuova su carta fresca, ma se la Luna ti ama davvero non ti chiederà di farlo e ti aiuterà a parlargliene.

Finchè non torna Zamadaas, si parla col proprio Uomo Senape perché ci dica che non è colpa nostra, siamo sangue e vampiri al tempo stesso, ma quando togliamo la camicia bianca per indossare quella a quadri grossi, quando i profili della prima ombra combaciano con quelli della seconda, succede che il compasso ribuca il centro e cerchio diventa ancora una ruota.

Vedo una pianta di cachi e mi sembra bellissima, spoglia che pare finita e invece regge i frutti catarifrangenti che sbrinano il gelo, ci son cose che basta guardarle e cose che puoi toccare e spettri che fin che non riesci a fargli la foto non puoi liberartene; dopo sì, puoi tornare a giocarci, lasciando una domanda come un divano su cui sedersi e pensare che se la luna non si può stirare, almeno una raddrizzata si può provare a dargliela."

Michi