03/12/2014 Intervista a Davide di Luigi Maieron

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03/12/2014 Intervista a Davide di Luigi Maieron

Messaggioda marina » gio dic 04, 2014 12:24 pm

1) D: In questi anni in cui il cantautorato tradizionale è stato ed è in difficoltà, tu pur usando una micro lingua hai raccontato storie e personaggi di un microcosmo che hai fatto diventare universale.
Davide: Chi sta in giro una vita come i navigatori, come i vagabondi, chi decide di intraprendere un viaggio nel quale riversa le attitudini della propria esistenza, mettendosi anche un poco in pericolo, perdendo un poco i contatti con la realtà, alla lunga se guardato da un aereo si vede che ha tracciato anche nuovi sentieri, e ha cercato di portare le persone a guardare, a guardarsi e a lasciar perdere i trend, le mode, ma a tornare a qualcosa di radicale, qualcosa che riguardava i padri, e che riguarderà inevitabilmente i figli.

2) D: Come ti consideri cantautore o poeta. De Andrè ricordava una massima di Benedetto Croce che diceva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie e dopo i 18, rimangono a farlo solo i poeti ed i cretini, così lui per evitare fraintendimenti si era inserito nella categoria dei cantautori.
Davide: Credo che le terminologie a riguardo sono varie e possono essere anche molto pericolose perché qualcuno ti chiama menestrello e tu ti immagini con un liuto ed un vestito affacciato su un balcone che canti nel periodo dell’Orlando Furioso, poi c’è il poeta e allora lì ti immagini con in testa una corona di alloro come Dante o Petrarca. Sono termini un poco ingombranti. Io sicuramente sono un visionario, uno che viaggia attraverso i neuroni ma anche le proprie nevrosi, sono un viaggiatore dell’altrove che per dirtela con una frase un poco simbolica, nel momento in cui rimane un poco orfano delle cose reali, tangibili di tutti i giorni viene adottato dagli spiriti.

3) D: Ascoltando alcune tue canzoni, vedendoti sul palco, guardando le reazioni di chi segue i tuoi concerti si ha l’impressione di una specie di uomo medicina come se molte persone trovassero un beneficio. Trasmetti energia, assomigli ad un guaritore, ne avevamo parecchi in Friuli fino a pochi anni fa, sistemavano malanni fisici usando le mani, tu anziché le mani usi parole e note.
Davide: Ho sempre ricercato questa realtà nascosta, spostata, questo mondo che mi permetteva di parlare in una lingua che non esisteva, trovare spiritualità nelle cose e giocare a fare il mago, il guaritore, lo sciamano. Mi sono reso conto però che quello che dovevo fare io l’ho fatto con questo tipo di operazione, con questa storia del linguaggio, del suono e del racconto. Nei momenti più duri, nell’ora che mettevo in dubbio tutto il baraccone della mia musica, la mia vita, il mio proseguire, molta gente mi diceva fai ancora questa cosa perché ci fai stare bene. Allora inconsapevolmente trasferivo un’energia che nemmeno sapevo di avere. Provo delle emozioni molto grosse nel raccattare queste storie e nel trasformarle in qualcosa che poi torna alla gente. Questo processo crea un’ energia che è quella che ritorna sul palco e che crea con te un ponte di gratitudine.

4) D: Cos’è una canzone? Come intendi la forma canzone?
Davide: La canzone è un uovo che tu hai covato, lo ved,i sai se è grosso se è piccolo, se è bianco se è sporco, però poi tu te ne vai e lui deve avere il tempo di schiudersi ne esce un pulcino che poi diventa un pollo e poi una gallina. Tu covi canzoni le dai e queste partono per conto loro per le vie del mondo e diventano qualcosa che contiene il tuo imprinting. E’ come un figlio che parte per il mondo non sai esattamente cosa farà ti parleranno di lui bene o male a secondo di quello che dentro lui avrà . La canzone è così è una famiglia che rotola e rotola diversamente mantenendo i suoi colori a secondo di uno o dell’altro.

5) D: Tra te e la tua terra, tra te e la tua acqua (il lago) si è stabilita una forma di complicità, c’è quasi un rapporto fisico, pare che questi elementi comunichino in profondità con te.
Davide: Sono stato trapiantato a tre anni sul lago dopo essere nato a Monza, piantato in una grande villa in un paese dove il nonno faceva il giardiniere dove tutti raccontavano, ridevano
c’erano osterie barche contrabbandieri, cacciatori cioè tutte cose che per un bambino sono assolutamente legate alla terra, quindi il territorio si è proprio fuso con la mia crescita, posso dire di essere cresciuto con dentro zolle di questa terra, bacini di questa acqua. Tu sei lago di Como tu sei queste montagne.
6) [b]D:Uno dei tuoi principi penso rimanga quello di “tornare indietro si, ma senza retrocedere”, una specie di specchietto retrovisore a cui butti costantemente l’occhio mentre guidi, ma per solo per continuare ad andare avanti, per la sicurezza del viaggio.[/b]
Davide: I ricordi, quello che ho detto quello che ho fatto quello che ho vissuto quello che ho pianto le persone con cui io sono stato bene ho amato o ci ho litigato mi hanno forgiato per farmi diventare quello che sono. Questo specchietto di cui tu parli e come se ci vedessi le vertebre della mia schiena sono le stesse di quando avevo cinque anni e sono cresciuto in un certo modo e non le posso dimenticare sono quelle che tutt’ora mi tengono in posizione retta.

7) D:Chi è stato nella vita Davide Bernasconi prima di diventare Davide Van de Sfroos.
Davide: Da bambino un fantasioso un viscerale poi uno studente assolutamente incostante e poi un vagabondo che spesso cercava di fare lavori occasionali fino a scoprire che quello chec’era dentro poteva essere espressa solo con la scrittur, il racconto ed il cantare. Raccontare, raccontarsi questo è il mio viaggio.

8) D:Ascoltando Goga e magoga mi viene da chiederti: assecondi il principo per cui a vincere nella vita resta solo chi è capace di amare?
Davide: Si, è amore cosmico la benevolenza dell’universo stesso, sentirsi parte di qualcosa di molto compiuto di molto persistente di molto positivo.

9) D: Goga e magoga, in friulano si potrebbe tradurre “ha la fat dut ce ch’al à savût”
nel senso che ha combinato un caos tremendo. Vale il principio che facciamo e disfiamo, che viviamo nel caos abituandoci a considerarlo normale.

Davide: Si, si ha fatto il bello e il brutto. Si è il caos...

10) D: si coglie anche “una necessità a fare chiarezza”, nella consapevolezza delle nostre fragilità... poi considerare chi si ha davanti, il valore dell’insieme, senza bandiere a dividere i “buoni dai cattivi”. Dici che siamo i figli di ieri e ma anche figli di uno ieri, di un passato che ci è cucito addosso e che vive ancora insieme a noi. Cosa ci succede? Perché abbiamo un abbraccio che non si apre e un coltello che non si chiude mai.
Davide: Perché siamo tutti reduci da qualcosa. Abbiamo costruito armi, abbiamo fatto le guerre, abbiamo costruito fabbriche; con farmaci abbiamo guarito la gente, inquinato e con le stesse fabbriche fatto morire altra gente; noi abbiamo fatto e disfatto come bambini che si annoiano mentre stanno rovistando nella scatola dei giochi. In tutto questo fare, in tutto questo viaggiare, oggi come oggi devi fermarti un attimo guardarti indietro e dire ho combinato tutto questo?

11) D: Sfrusadû (contrabbandieri) Burlanda (finanziere) –Letno e Colonno i due paesi di contrabbandieri del lago quasi in competizione, che si muovevano sulla neve con i “pedon diveit” (scarpets) ai piedi; oppure via lago con le loro barche dipinte di azzurro chiaro per mimetizzarsi tra cielo e acqua e non farsi prendere. Nella tua poetica rimane in primo piano tutto questo, ma in goga e magoga trovo due Davide, uno che parla con un linguaggio più aspro, con irruenza giovanile ed uno più maturo. Il racconto che ne esce ridefinisce la necessità personale di incontrarsi, di accettarsi, di ristabilire una pace con se stessi e di continuare il viaggio verso gli altri.
Davide: Goga e Magoga era una bandiera che io dovevo piantare dentro al mio percorso necessaria con dei suoni che non appartenevano ad altri dischi con la necessità di usare anche linguaggi più complicati di inserire delle cose che non avevo frequentato fino a quel momento perché dentro di me c’erano e disturbavano se rimanevano dentro. Una volta fatto uscire Goga e Magoga questo ennesimo uovo io mi sono ritrovato libero sereno tranquillo e riprendo da dove ho incominciato. Anche la rabbia, anche i veleni anche tutte le depressioni dovevano uscire fuori con qualcosa che dovesse fare da antibiotico automaticamente. Quindi era necessario che nel percorso io facessi uscire anche questa visione altrimenti l’avrei avuta dentro come qulcosa di non espresse e sarebbe sempre stata li a spingere e a modificare la mia visione sul resto.

12) D:Dell’oggi, c’è qualcosa che temi, che ti spaventa?
Davide: Bè sicuramente la mancanza di consapevolezza questo vivere in fuga. La Velocità mi fa paura la velocità con cui consumiamo, viviamo buttiamo via il tempo i giorni alla rincorsa di qualcosa che non conosciamo nemmeno tanto bene semplicemente perché dentro la gabbia del criceto hanno messo la ruota e questo poveretto continua a pedalare a pedalare senza sapere fondamentalmente che non produce e allo stesso tempo nemmeno sta andando da nessuna parte questa cosa qua mi ferisce, vedo il mio volto che muta con una velocità con una non consapevolezza. La mancanza di consapevolezza può far vivere in una stato di assoluta incompletezza e infelicità. Io in questo momento sono qui sto respirando sono vivo ed ho in mano la mela. Ecco perché chi riesce ogni tanto a risvegliarsi diventa illuminato perché si rende conto che se quel mondo li riesce ad avere un bagliore puoi veramente cambiare la tua vita e quella degli altri.

13) D: Tu hai scritto oltre a tante canzoni dei libri ne cito uno in particolare “le parole sognate dai pesci” quali parole hai in serbo per il futuro è troppo presto per accennare una frase o un tema?
Davide: C’è una canzone non ancora cantata che la conoscono soltanto i pesci è la canzone della “Santa Fiocina” una figura che mi sono inventato, una fiocina sacra che arriva con un tridente, con l’occhio che riesce a vedere in mezzo al sasso. E’ proprio ancora la canzone non ancora cantata quella che tu hai in serbo e guai se fosse già rivelata. I pesci per me hanno questo simbolo totem importante: il gusto di quel silenzio sul quale deve ancora essere scritto tutto, e non parlare non vuol dire non sapere. C’è una canzone non ancora cantata che proprio è in possesso del pesce visto come gusto del silenzio, poi arriverà il momento e tu su questo silenzio, tu sulla lavagna puoi fare un trattino e quello è subito li. Su un’altra lavagna troppo pasticciata quel segno rischia di non essere più visto.

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Intervista a Davide Van De Sfroos fatta da Luigi Maieron il 3/12/2014
marina
 
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