da "Corriere di Como" - 4/4/03

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da "Corriere di Como" - 4/4/03

Messaggioda Neve » sab apr 05, 2003 1:36 am

Van De Sfroos, mattatore della nostalgia

Il cantautore comasco ha saputo trasformare la tristezza di luoghi cari in malinconia e in voglia di identità, sia pure vissuta attraverso semplici canzoni

Come riempire l'Aula Magna del Politecnico di Como parlando del vivere nelle aree tristi, dove per tristi (non povere) si intendono le zone dell'Alto lago, della Valtellina e dell'Alta Brianza? Invitando Davide Van De Sfroos. Il dibattito, forse senza volerlo, ha dimostrato ancora una volta l'enorme potenzialità anche culturale che la musica riesce a veicolare attraverso semplici canzoni. Senza nulla togliere all'abile dialettica di Aldo Bonomi, noto sociologo formatosi a Trento, alle attente precisazioni statistiche di Marco Citterio, presidente della Camera di Commercio, la scorsa sera, l'affollata Aula Magna, pendeva dalle labbra e soprattutto dalle note di un Bernasconi-De Sfroos oramai “buono” per tutte le occasioni. Proprio Bonomi, ancorato alla vecchia generazione dei cantautori, da Guccini a De Gregori, dopo aver scoperto De Sfroos in televisione (concerto di Menaggio su Rai2) ne ha scritto con entusiasmo sul ”Corriere della Sera”, beccandosi subito dello “sdoga- natore” dall'Espresso. Sdoganare un “contrabbandiere” è quanto meno curioso, ma Bonomi vuole andare a fondo e rimane folgorato dalla capacità di De Sfroos di saper raccontare la sua terra e di darne memoria attraverso personaggi e luoghi “tristi”. Alcune aree lombarde, secondo il noto sociologo, non hanno saputo elaborare gli strumenti per sfruttare la modernità, perdendo tradizione, in questo passaggio non riuscito, a favore di una innovazione imposta. Ma De Sfroos ha avuto la capacità di trasformare la tristezza dei luoghi in malinconia, in nostalgia, in voglia di identità, sia pur vissuta attraverso semplici canzoni. Quella identità che riporta ancora a galla la figura romantica del contrabbandiere, quella che apparteneva all'economia informale e non a quella illegale, oppure ci ricorda di quando noi eravamo emigranti, ora che tanto si parla di immigrati. Pur provenendo da altri luoghi Cesare Pavese scriveva: «Il mio paese sono quattro baracche e un gran fango, ma lo attraversa lo stradone provinciale dove giocavo da bambino. Siccome - ripeto - sono ambizioso, volevo girare per tutto il mondo e, giunto nei siti più lontani, voltarmi e dire in presenza di tutti: “Non avete mai sentito nominare quei quattro tetti? Ebbene, io vengo di là”». Lo stesso pensiero che anima De Sfroos, anche nel suo “ritorno a casa” per lo splendido con- certo di ieri sera al Teatro Sociale di Como.[/b]
Neve
 
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