da Il Giornale di Vicenza (13-04-03)

Articoli su Davide e il suo mondo apparsi su giornali e riviste

Moderatore: Baristi

da Il Giornale di Vicenza (13-04-03)

Messaggioda vane » dom apr 13, 2003 5:53 pm

Musica giovane. Si conclude con l’originale cantautore dialettale lombardo la "tre-giorni" che si è aperta l’altra sera con la band cuneese

Arriva Van De Sfroos il "cantore" del Lario




di Antonio Stefani


Vicenza. Non c'è due senza tre: Davide Van De Sfroos, che questa sera al Padiglione L della Fiera chiuderà col suo gruppo la serie degli appuntamenti musicali promossi dalla rassegna "Vicenza Live", è infatti il terzo Premio Tenco chiamato a esibirsi in città dopo Sergio Cammariere e Cristina Donà. Ma certo il trentottenne cantautore registrato all'anagrafe di Monza come Davide Bernasconi è il protagonista della vicenda artistica più singolare, essendosi conquistato un'ormai vasta popolarità grazie a un repertorio di ballate in stretto dialetto lariano.
È infatti il lago di Como, la zona che l'ha visto crescere, lo sfondo delle sue storie messe in musica e affidate ad album come Manicomi (1995), Breva & Tivan (1998), Per una poma (1999), E semm partii (2001), cui ora si è aggiunta l'antologia di Laiv , doppio disco dal vivo che ne ha certificato il successo in un'area sempre più vasta.
«Anche in Veneto - spiega - mi sento un po' di casa, vista l'accoglienza che mi avete riservato a ogni concerto nel Vicentino, nel Padovano, nel Veronese. Del resto, è una conoscenza reciproca che si protrae dagli anni in cui c'erano veneti che venivano ad ascoltarmi in Lombardia».
- De Sfroos, finora le hanno appiccicato le etichette più pittoresche, tipo "il Dylan comasco", "lo Springsteen padano", addirittura "la voce della Lega": per mettere le cose in chiaro, lei come si definirebbe?
«Quello della Lega è un tormentone giornalistico sul quale sono stati stampati più articoli che... pagine gialle. In realtà, il pubblico sa che mi interessano le storie di questa terra per come la gente ci ha vissuto e ci vive, non per come vota. E basta leggere i testi delle mie canzoni per capire che non sono il portabandiera di nessun partito. Anzi, a dirla tutta, non ho troppa fiducia nella politica. Ne ho invece nei rapporti umani al di là di qualsiasi appartenenza, cerco di essere un artista onesto con me stesso e con gli altri».
- Ha mai pensato a un suo disco con tutti i testi in italiano? Non pensa che le allargherebbe ancor più il mercato?
«Se è per questo, quando ho deciso di scrivere in italiano, com'è accaduto nei miei libri, l'ho puntualmente fatto. Ma non posso cantare del lago di Como se non così: è una scelta ben precisa, frutto di una precisa passione. Anzi, aggiungo che tutti i dialetti mi interessano molto, perché hanno delle potenzialità espressive e dei legami culturali che la lingua ufficiale non può avere. Se poi volessi allargare il mio mercato, beh, potrei sempre avviare con maggior profitto un'azienda che produce, che so, maniglie per porte».
- In questa epoca di "globalizzazione" riaffiora il gusto di riscoprire le identità locali: come mai?
«Veniamo da decenni in cui siamo andati in giro dappertutto, abbiamo importato, imitato e scimmiottato qualsiasi cosa per paura di restare isolati dal resto del mondo. Poi, ci siamo resi conto che così stavamo perdendo parte di noi stessi, che potevamo parlare benissimo in inglese ma non sapevamo più il nome degli attrezzi che usava nostro nonno. A questo punto, compreso che non sempre il moderno è per forza migliore di quel che c'era prima, abbiamo sentito il bisogno di ricostruire la nostra identità, le nostre radici. Attenzione, però: quelle radici vanno amate, curate, e poi fatte crescere e valorizzate nella società di oggi, senza anacronistiche chiusure».
- Le piace sapere che in questi anni tanti bambini lariani sono cresciuti cantando la sua Curiera ?
«È stata una delle sorprese più belle. E non parlo solo dei bimbi delle mie parti, perché la cosa è accaduta anche in altre regioni. Evidentemente, sono stati conquistati da un argomento che suonava loro familiare e si sono divertiti a impadronirsene con tutta la loro spontaneità».
vane
 
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