da "rockol.it" del 15/03/2011

Articoli su Davide e il suo mondo apparsi su giornali e riviste

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Messaggioda Fantasmino » mar mar 15, 2011 4:29 pm

Fa un po’ ridere usare la parola “sdoganamento” a proposito di uno che si è scelto come cognome di battaglia “Contrabbandieri” (“van de sfroos” significa “vanno di frodo”); però è vero che, per quanto abusata, l’espressione definisce con puntualità il risultato ottenuto dal musicista monzese - lo sapevate? Davide non è nato sul lago di Como, ma nella Brianza velenosa - partecipando all’ultimo Festival di Sanremo.
Ma prima di cominciare il discorso, sarà bene esibire le credenziali. Conosco e seguo l’attività di Davide almeno dal 1995: preistoria. A testimoniarlo, la mia copia del Cd di “Manicomi”: un pezzo diventato da collezione perché uscito appunto nel 1995 e mai più ristampato. All’epoca c’era una band, i De Sfroos, e “Davide Van De Sfroos” non era ancora nato. Mi sento dunque legittimato a tentare qui, cogliendo l’occasione dell’uscita di “Yanez”, una sorta di bilancio del percorso artistico del nostro.
Bisognerà anche che vi dica che, pur comprendendone e in qualche modo condividendone l’esigenza inderogabile, ho provato qualche imbarazzo quando Davide si è divincolato con tanto esplicito fastidio dall’abbraccio ideologico della Lega Nord. Ho condiviso con lui, in passato, almeno un paio di palchi con le bandiere padane, e mi è dispiaciuto (chissà che non sia dispiaciuto anche a lui, un po’) vederlo costretto a disconoscere che l’humus nel quale la sua notorietà ha trovato nutrimento e messo radici è stato proprio quello leghista. Poi, si sa, siamo uomini di mondo, e capiamo come vanno le cose. Sappiamo bene che se non ottieni una manleva dall’intellighenzia di sinistra (diciamo l’area Club Tenco / Serena Dandini, per intenderci) non riesci a - appunto - sdoganarti, e sei condannato a un’esistenza grama da antagonista, o almeno da outsider non allineato. E a quasi 46 anni bisogna essere pratici. Vabbé, mi sono tolto il peso, e adesso posso parlare a cuor leggero del disco.
Quindici canzoni son tante da ascoltare, ruminare, digerire e valutare, e due ascolti non bastano certo per farlo. Ma la sensazione è che “Yanez” sia un buon lavoro; forse, anzi, sicuramente, non superiore al pressoché perfetto “Pica” (2008), e probabilmente meno “impegnativo” di quello; una raccolta di brani - quindici: troppi, come dirò dopo - cantati in laghée, italiano e in battiatese (cioè mescolando più idiomi, inglese compreso). Alle canzoni pensose e, diciamo così, “impegnate” (“Maria”, un omaggio un pochino scontato, e ultrapolitically correct, a un’immigrata prostituta), o a esercizi calligrafici come “Dove non basta il mare” (in cui le partecipazioni vocali di Luigi Maieron, Patrizia Laquidara, Peppe Voltarelli, e Roberta Carrieri sembrano davvero messe lì per dichiarare un ecumenismo linguistico buonista da centocinquantenario) preferisco un episodio sfacciatamente nostalgico come la trascinante “La machina del ziu Toni” (ricordi d’infanzia e di giovinezza messi in fila in un testo rutilante), o la spettrale - sia detto in senso buono - “Il camionista ghost rider” (frutto di una brillante idea narrativa: la canzone che Ligabue non riesce più a scrivere da tempo). E considerando che dalla traccia nove in avanti il disco sembra, ritmicamente, rallentare fin quasi a fermarsi, e per le mie orecchie stanche diventa un po’ troppo faticoso, mi vien da pensare che quindici canzoni siano davvero un po’ troppe.
Comunque: “Yanez” è, per fortuna o purtroppo, la perfetta sintesi del momento attuale del fenomeno Van De Sfroos. L’approdo impeccabile del sincretismo equilibrista di un musicista ormai maturo, assistito impeccabilmente da una band pregevole guidata da un genio poliedrico com’è Davide “Billa” Brambilla. A mio gusto, e senza offesa (venga preso invece come il complimento che è) Davide Van De Sfroos non ha più bisogno di dimostrare di essere un cantautore “serio”, e potrebbe prendersi una vacanza di disimpegno. Spero che lo faccia già al prossimo disco.

(Franco Zanetti)
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