da La Provincia di Como - 24/8/2003 - intervista a Davide

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da La Provincia di Como - 24/8/2003 - intervista a Davide

Messaggioda giò » mer ago 27, 2003 11:01 am

Storie di comaschi speciali - 24

Così vive la storia popolare
Davide Van De Sfroos, la voce della gente di lago
Dai concerti sulla corriera al delirio dei fans


Clara, quattro anni, la bocca disegnata di gelato al cioccolato, lo guarda estasiata… e gli dice: «mi canti “e semm partì”?». tommaso, 14 anni, “e semm partì” la conosce a memoria, parola per parola… e gli allunga una penna per l’autografo. E’ l’ultima scena sotto la magnolia di mezzegra, 250 anni di pianta. E’ qui che lui è nato e sotto questa magnolia monumentale, oggi assediata da lamiere di auto e disordine urbano, lui ha suonato le sue prime canzoni. Lui è Davide Van De Sfroos, Bernasconi, all’anagrafe.

Che cosa successe sotto questa magnolia quindici anni fa?
Sono nate le prime canzoni. e la gente, che alla sera si radunava qui, sentiva raccontare in musica le loro storie, la loro vita, il loro passato. Si cantava “Mezzegra, alcool e stress”, una canzone mai incisa, ma che raccontava la pantomima dell’ubriacarsi.

Ma il suo primo concerto è avvenuto però in corriera.
Era la vigilia di natale dell’86. Da Baragiola & Zeppi, a Como, avevo comprato una chitarra banjo. Sono salito sulla corriera che portava a menaggio e, seduto sul sedile dietro, ho cominciato timidamente a suonare.

E lì è partito il concerto.
Tutti si giravano, qualcuno rideva, qualcuno cominciava a canticchiare. Era tutta gente che tornava a casa e sentiva nominare paesi del lago, storie di lago. Quello fu il mio primo concerto pubblico... sulla “corriera della sera”.

Ma è vero che il nome de sfroos è nato dal parrucchiere?
Un giorno ero dal parrucchiere e gli dico: «Sai, stiamo facendo qualche canzone legata alla frontiera, le cantiamo in dialetto, canzoni un po’ così…». «Praticamente una “roba de sfroos”». E’ nato così il temine. Del resto l’espressione “de sfroos“ è molto usata nel nostro dialetto.

E quel periodo del primo complesso al Collegio Gallio?
Era il complesso Neukoln. Mario Rapisarda era alla batteria e, allora, aveva tantissimi capelli, Mario Bottinelli suonava il basso e alla chitarra elettrica si alternavano Claudio Molinari di Lezzeno e Fabio Cattaneo.

Da lì nacque il periodo punk e della new wave.
Era finito il periodo dei Genesis e dei Pink Floyd e iniziava un periodo nuovo.
Ero affascinato.

Prima del successo, però, anche gli anni da camionista alla Mini Transport.
Il massimo che ho guidato è stato il muletto. Facevo lo scaricatore nel reparto magazzino. Ero approdato lì dopo il militare. Di giorno lavoravo e la sera suonavo. Era un lavoro duro, ma avevo sempre la testa nella musica e soffrivo nel non potermi dedicare completamente a quello che volevo.

Alla fine il grande salto.
I miei genitori mi hanno detto: «Se proprio vuoi suonare e cantare, provaci, non vogliamo essere noi quelli che bloccano una tua aspirazione». Ci ho provato, e con l’appoggio della mia famiglia, che non mi ha mai ostacolato, sono riuscito a trovarmi uno spazio e a mantenermi con la mia chitarra.

Poi la pagina sofferta dello scioglimento del gruppo?
Come ogni gruppo, proprio perché è fatto di persone, è soggetto agli entusiasmi, alle opinioni che cambiano. Ad un certo punto non c’è più stato l’affiatamento originale e abbiamo preferito scioglierci.

E’ vero che quel giorno volevi appendere la chitarra al chiodo?
C’è stato un momento in cui l’ho pensato davvero. Sciolto il gruppo, ho cercato di barcamenarmi per un po’, ma poi mi sono detto: «No, sospendo tutto». Mi ritiro a suonare in veranda. e l’alternativa alla musica era lavorare in manicomio. Ero pronto a lasciare tutto e ad andare a lavorare come animatore all’ospedale psichiatrico. Poi però, per questioni burocratiche, concorsi, corsi, non lo so cosa, non sono riuscito ad entrare.

E che cosa ha salvato il van de sfroos artista?
Non lo so. Mi piacevano le storie della gente, mi piacevano le emozioni che mi davano, la musica. ed è successo che un amico, il mio socio, mi ha fatto notare che avrei potuto fare di più per i tanti pazzi che c’erano fuori e mi ha convinto a tirare fuori dal cassetto le cose che avevo. E ho ricominciato.

Adesso, attorno a Davide Van De Sfroos, soldi ne girano!
E’ un’azienda che, grazie anche a coloro che hanno creduto in questo progetto, sta funzionando. Non giro certo in Ferrari, ma ho dei soldi che posso investire per progetti nuovi, nuovi dischi, nuove iniziative.

E in Tremezzina, quando Davide Bernasconi è diventato qualcuno, che cosa è successo?
Mi sembra che la gente di qui sia contenta, a volte addirittura orgogliosa, di vedersi rappresentata in questo modo e di vedere loro stessi e le loro storie portate in giro.

E’ vero che la gente di qui, quando la incontra, le suggerisce spunti per nuove canzoni?
E’ un continuo. Avrei bisogno di un anno di tempo per girare di casa in casa ad ascoltare la gente. La maggior parte dei tremezzini non sono sotto il palco ad applaudire, ma quando mi incontrano mi dicono: «sai che una volta qui…». E mi raccontano nuove storie e nuovi aneddoti. E’ bellissimo.

Ma lei ha apprezzato il gesto di Bossi di portare il suo cd ad Arcore?
Queste cose non sono sicuramente state così importanti. Ovviamente c’è chi ha interpretato questo gesto in modo politico e mi ha assimilato al movimento della Lega, ma io non ho mai avuto e continuo a non avere bandiere politiche. Io vado anche alle feste dell’Unità. Senza problemi.

Pressioni politiche però ce ne sono state.
Un sacco di persone mi dicevano: «tu dovresti...», oppure: «attento a...». Qualcuno addirittura voleva che cantassi “contro” qualcuno. Ma io non ho mai accettato di cadere in questi tranelli. Canto le mie canzoni, punto e basta. Ho puntato sulle persone e per me l’importante è che a tutti arrivino le storie che racconto.

Ma l’assessore Albertoni, leghista, è uno dei suoi fan.
Credo di avere fans anche in altri movimenti. Lui comunque, da uomo intelligente, ascolta le mie canzoni e apprezza, se vuole, i contenuti. Del resto ho scritto “E semm partì” che diceva che una volta gli emigranti eravamo noi.

Ma la partecipazione a Miss Padania, però, qualche polemica l’ha provocata?
Io sono padrone di quello che canto. Se qualcuno vuole ascoltare le mie canzoni, le ascolta. Io quando sono sul palco ignoro le bandiere che ci sono sotto. Le storie e le emozioni che io canto appartengono alla gente, a prescindere dalla loro fede politica.

Ma come vengono accolte le canzoni in dialetto tremezzino, in Sud Italia?
A Verona, a Cosenza, ovunque io vada, ai concerti ci sono migliaia di persone che conoscono le parole e cantano. A Cosenza mi hanno detto: «Non sapevamo che al Nord ci fosse un così bel dialetto». Per forza, hanno solo sentito “O mia bela madunina”, o al massimo qualche battuta dei film di Vanzina. Io detesto le divisioni geografiche, come detesto le bandiere.

Dicono che lei avesse la bandiera della pace appesa in casa, ma dentro.
La guerra è una malattia cosmica e non c’era bisogno dell’ultima guerra in Iraq per essere contro la guerra. In quell’occasione, la bandiera della pace è diventata un timbrino da sventolare sotto il naso di qualcuno. Per paradosso, la guerra delle paci mi ha dato più fastidio della guerra con i fucili.

E la figura del nonno, uno che la guerra l’ha fatta davvero?
In tempo di guerra aveva avuto in eredità da una certa Giuseppina Colonna, preside a Milano, una quantità esorbitante di libri. Si era rifugiata nella Villa Merz, dove lui era giardiniere. Quando morì, gli lasciò tutti i libri e io sono cresciuto accanto a un nonno, giardiniere, che aveva fatto si è no le elementari, che però mi leggeva le storie dell’Iliade e dell’Odissea.

E suo nonno, attore con Alberto Sordi?
Mio nonno ha conosciuto Lea Massari e Alberto Sordi perché, nel film “Una vita difficile”, l’hanno chiamato per interpretare il prete. Era talmente emozionato che non riusciva a parlare. Conservo ancora le foto.

Dalla nonna ha imparato invece le storie della Bibbia finite nelle canzoni.
Io mi sono accostato ai fatti della Bibbia attraverso i loro racconti. Mi sono detto: «Io voglio riprendere le storie della storia del mondo, così come le racconta la nonna e i vecchi del paese». Se quel linguaggio ha affascinato me, voglio che affascini anche gli altri.

Il suo, è il più simpatico Caino.
E’ un personaggio che facendo parte di una storia sacra e di un disegno, non si può sottrarre al proprio destino. La stessa cosa che è successa a Giuda. Insomma, nella storia sono importanti anche i cattivi, perché cambiano il corso della storia.

E proprio qui, a Mezzegra, è cambiata la storia d’Italia.
La parola “temp de guera”, qui ha un significato tutto particolare. Qui la miseria è arrivata a far compiere anche le più grandi nefandezze.

Tipo “espatriare” gli ebrei… a Lezzeno.
C’era gente che prometteva agli ebrei di portarli in barca in Svizzera. Attraversavano il lago e li scaricavano a Lezzeno. Storie drammatiche, ma purtroppo successe.

Storie finite in canzoni, con la tecnica, però, di spostare l’attenzione dal personaggio principale a chi gli è vicino.
Lo spostamento di telecamera è importantissimo. Succede con il figlio di Guglielmo Tell, succede nella ninna nanna del contrabbandiere. E’ il punto di vista del personaggio minore. Farei la stessa cosa se dovessi fare una canzone sulla morte di Mussolini a Mezzegra. Partirei da Claretta Petacci. Di lei non c’è nemmeno il nome sulla croce, sul luogo dell’uccisione.

E secondo lei perché Claretta Petacci non è nemmeno nominata?
Questo me lo chiedo da sempre. Ma qui c’è quasi il pudore di far sapere. Arrivano i turisti per vedere questo luogo e non c’è nemmeno un opuscolo che racconti, almeno la versione ufficiale, di quei giorni. Ci sono delle reticenze strane su questo fatto.

C’è una spiegazione per questo Mussolini che si vuol quasi oscurare?
Io non dico di enfatizzarlo, ma almeno segnalarlo. Ma temo ci sia una sorta di pigrizia topografica. So che in passato si è tentato di scrivere qualche cosa di più, ma ogni volta non andava mai bene. Alla fine hanno messo soltanto una croce con scritto Benito Mussolini. Un po’ poco.

E la sua idea di dedicare una piazza a John Lennon?
Erano i primi anni dei De Sfroos, fu una iniziativa che suscitò anche qualche polemica, ma sono contento di averla sostenuta. Adesso a Tremezzo esiste piazza John Lennon.

Perché non a Bob Marley che lei apprezza così tanto?
Il cantante che ho sempre creduto fosse un grandissimo musicista, ma anche una persona con un’istintività e una forza al di là della musica, è stato proprio Bob Marley.

Dicono che Bob Marley sia una presenza che di tanto in tanto le segni i fatti della vita.
In effetti c’è come un “fil rouge” che ci unisce. Lui è morto il giorno del mio compleanno. L’altro giorno andavo a un concerto e su un muro accanto ad una vecchissima scritta “Bob Marley”, avevano scritto di fresco “w davide van de sfroos”. Sono coincidenze strane. Non me le so spiegare.

Chi sono i suoi “cauboi”?
Sono dei ragazzi che una mattina hanno capito che, al di là della loro vita usuale, ci poteva essere un altro modo per vivere. Si travestono da zingari e si dedicano a delle trasferte allucinanti per seguire i nostri concerti. Seguono, osservano, documentano e costruiscono un reticolato di amicizia con le persone che partecipano ai concerti, attraverso anche il loro sito internet.

Questi sono i classici fenomeni che nascono attorno a una star.
Non ho mai creduto e non voglio pensare di essere una star. Io so solo che ad ogni concerto incontro persone che dicono di provare qualche cosa di positivo ascoltando le mie canzoni, qualche cosa che li fa stare bene.

Come si spiega il fatto che riesca a fare una musica transgenerazionale?
Non lo so. Certo che il ritornello più frequente che ascolto sono i genitori che mi dicono: «L’unico punto di incontro tra me e mio figlio sono le tue canzoni. Siamo divisi in tutto, ma veniamo ai tuoi concerti insieme».

Tra tutti i premi, il Tenco sarà stato il più apprezzato.
Certamente, ricevere un premio Tenco che in passato hanno ricevuto persone che io ho stimato, mi fa enormemente piacere. Significa che sono nella loro scia e che da loro ho imparato qualcosa.

Le strategie del successo firmato Davide Bernasconi?
Non ci sono strategie. Io sono orgoglioso di aver seguito esclusivamente i battiti delle mie emozioni, scappando da tutti i binari predefiniti e da tutte le costrizioni. Sabotando soprattutto le strutture classiche della musica: Genesio è una canzone che non ha nemmeno il ritornello, però piace e funziona lo stesso.

E che cosa succede la sera in quella cascina di Milano?
La cascina Ronco è una sorta di orto dentro la città. Lì ci sono ragazzi che si ritrovano spontaneamente con delle modalità che mi ricordano molto “le comuni” di San Francisco.

E questa sua voce un po’ da cotton club o da 40 sigarette al giorno?
Non lo so da dove arriva. Ufficialmente non fumo. Ricordo che a quindici anni sono tornato a casa da scuola e misteriosamente avevo una strana voce. I miei genitori, tranquillissimi, mi dissero: «è l’età dello sviluppo». Ma quella voce è rimasta. probabilmente anche per colpa delle notti a cantare punk.

Da dove nasce l’amicizia con Antonio Albanese?
C’è stato un periodo in cui era interessato ad usare alcune mie canzoni per il suo film, poi ha preferito una colonna sonora compatta e il progetto si è fermato. Comunque siamo amici.

Paola Turci, ad un concerto, era entusiasta.
L’ho incontrata al premio Mei e si è dichiarata divertitissima delle mie canzoni. Un altro che ha dimostrato apprezzamento è stato J-ax degli Articolo 31, che mi ha proposto di fare qualcosa insieme.

E la prossima stagione di Davide Van De Sfroos?
Spero finalmente che arrivi lo sbocco country gotico, di leggenda oscura. Voglio mettere in musica le paure di casa nostra: le streghe, i mostri, i vampiri. Le paure ancestrali della gente del lago.

Di nuovo il Lariosauro?
Quello no, era grande trenta centimetri. E’ diventato enorme solo nei racconti. Ma si sa, il lago è così profondo e misterioso, che può nascondere anche mostri immaginari.

E adesso, questa magnolia, dopo tanti anni, che cosa rappresenta?
E’ il grande totem. E’ la pianta che ha ascoltato tutto e ha visto tutto. Sotto questi rami, sotto ognuna di queste foglie, è passata la storia della gente del lago... e questa è la storia che io voglio raccontare.

Articolo di Giuseppe Guin
giò
 
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Messaggioda giò » mer ago 27, 2003 11:03 am

ho fatto un "copia e incolla" dal sito del giornale La Provincia; lì potete anche scaricare in PDF la pagina orginale con l'intervista.

Ciao
giò
 
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