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Messaggioda marina » mar gen 06, 2004 2:51 pm

«Le parole sognate dai pesci»

DAVIDE VAN DE SFROOS Le parole sognate dai pesci Bompiani pagine 95 - euro 6,00

Giuseppe Amoroso


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Musicista, poeta, Davide van De Sfroos (Davide Bernasconi) ci dà una raccolta di piccole storie «non come la realtà le ha pescate, ma come i pesci le hanno sognate». Nasce una svelta collana di testi ben calibrati, difesi dalla loro circolare pienezza espressiva, visitati da simboli, fantasmi e cose concrete e idee volatili ma generose di significati profondi, di personaggi appena stagliati sui riflessi di un nitido specchio. Ecco Le parole sognate dai pesci, con il repentino scatto di irrealtà e di enigma e con una palese vocazione a evocare immagini insolite che, tuttavia, sembrano costantemente attaccate alla terra, liberando astri pronti a farsi domare, a portare un che di nuova conoscenza, un di più di sapienza e luce. Lo stordimento è oltre, sta nella struttura insolita del racconto e nella scrittura piana, regolare e docile, che non ha bisogno di grandi scosse e alterazioni per far scaturire un impressionante scarto di magnetismo. Assente da tempo, perché ricoverato in una casa di cura per malattie mentali, un uomo ritorna, con una valigia, ai suoi luoghi e incontra la sua ombra rimasta fedele nell'attesa «come il cavallo di Zorro, senza invecchiare e senza ammalarsi». Ora, seduto in riva al lago, contempla i pesci di cui un giorno ha imparato ad ascoltare le parole. Quell'ascolto gli è costato la malattia. Nella clinica, tra pazienti «schiaffeggiati dai farmaci», si è inventato una nuova ombra, mentre la sua, quella vera, ha continuato a dargli informazioni, permettendogli di viaggiare clandestinamente, «aggrappato sotto un vagone del treno del passato». Il bisbiglio delle onde lo riscuote dai pensieri: con un «sorriso di luna» può sfidare il lago, simile a lui per quella «profondità» che non si vede. Poi, in compagnia della propria ombra si dirige verso la pensione Magnolia. Scatta da questo primo quadro narrativo un fruscio di voci e volti, una sorta di inoltro in un lillipuziano universo di ricordi, di figure prese e soffiate via da una nota lieve, stordita e malinconica, da una musica destinata a spegnersi perché il mondo è diverso, ed è difficile rompere la «lastra di ghiaccio sottile» che si è creata tra chi è tornato dal buio e gli altri, persone «al guinzaglio» di un tempo ritenuto dissolto. E così, ombre finalmente ridestate, possono ricominciare a ricordare. Non v'è sforzo, pressione della parola, del tono, in queste pagine che scorrono come una favola e promettono avventure crudeli ma che non fanno male, orizzonti che si incupiscono ma in una promessa di rinascita, e anche «solitudini che si attorcigliano su se stesse». Una maga trasforma la sua malattia in un potere magico; il «Soldato degli Autunni», Carico di ferite, dopo aver dato i suoi «rami migliori» alla patria, dorme dove può e sta fermo sul ciglio della strada per veder passare il Giro; il «Violinista di Nebbia», lascia il suo strumento ai piedi di due amanti che si promettono «cose che capiranno solo le zanzare»; Nora stira da sempre con la grazia di una libellula non solo i tessuti ma pure i propri affetti e sentimenti e gira il mondo rimanendo nello stesso posto; il grosso Gek risveglia, con il suono della sua minuscola armonica, motivi venuti da lontano. Sono personaggi stretti intorno al loro dolore e, al contempo, pronti a un volo di pensieri, di nostalgie di speranze, mentre il male occhieggia ovunque, si avvicina, svanisce vinto dal potere di un sogno, da un gesto liberatorio, dalla caducità stessa delle cose alle quali non è consentita una lunga storia. La porta di un negozio di liquori si apre e si chiude scandendo i giorni, il passaggio dei clienti a quello di «cuori» in arrivo da ogni parte: può però giungere, come accade alla ragazza del banco, un guantone da boxe in luogo dell'arcobaleno. La porta continua a girare: e fa tutto uguale, perché «il Tempo è bravo a togliere i segni altrui (...), ansioso di lasciare i propri». In castigo dietro la lavagna, un bambino, vestito da Zorro, è costretto dalla maestra a scrivere un tema libero. La bellissima Ginevra suona in riva al lago la chitarra e scrive «pensieri di diamante e nutella» sul suo diario che vola via nell'inferno d'aria di una tempesta. Un legionario, che ha alle spalle troppi danni, tossisce nella sua casa cadente e racconta le sue storie a un gatto. Un motociclista, con un fazzoletto decorato di stelle alpine intorno alla testa, prende a calci la sua moto, entra in un bar, compra boeri vincendo piccoli oggetti, esce e si trasforma in un rapinatore: catturato confessa al maresciallo dei carabinieri di essere «un dado che sta girando». Forse è un «arlecchino che è stato in candeggina senza perdere del tutto i suoi colori e che ha ancora la forza di cercare un numero che non esce mai». E, alla fine, ritorna l'uomo del primo testo, il «meccanico che ripara i ricordi». Sobbalzano quelli che hanno frugato nella sua valigia. Lui balla senza musica con la sua ombra ritrovata e guarda i presenti con la faccia più bella del mondo. Si ricompone la frattura creata dalla sua assenza. La valigia aperta dalla curiosità dei vecchi compagni è quella degli «attrezzi»: serve per riparare tante cose. Al centro del mosaico, costruito con le cangianti luci di tasselli mai fermi e azionati da una funzione sotterranea che li destina a un unico bersaglio, sta sempre il lago con il suo teatro di volti e un invisibile assedio di mistero. L'autore tende a velare, a chiarire il rebus, a sciogliere l'inganno. E allora il senso di oppressione e minaccia si fa chiara parabola della vita inafferrabile e vicina, nemica e premurosa nel donare vie di uscita agli uomini simili a «pesci sconosciuti che si ostinano a sognare le parole perdute da altri, senza dimenticare la propria lisca».

(martedì 6 gennaio 2004)
marina
 
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