Da "Corriere della Sera" del 11/05/04

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Messaggioda Ferrobrothers » mar mag 11, 2004 1:04 pm

DAL VIVO / L’artista lariano presenta con la band nuovi arrangiamenti dei suoi successi


«Canto i fantasmi del lago»

Van De Sfroos sul palco dell’Alcatraz nel giorno del suo compleanno


Dove abita il cantore del Lago di Como Davide Van De Sfroos?
«A Mezzegra, nel centro Lario, nella zona un tempo chiamata Tremezzina. Sono nato a Monza, ma vivo qui da quando avevo due o tre anni».
Musicista, cantautore, viaggiatore (un album del 2001 s’intitola «E semm partii»), scrittore (tre libri, il più noto è «Le parole sognate dai pesci»), Van De Sfroos, classe 1965, usa nelle canzoni il dialetto «laghée», quello della sua terra, ma raccoglie suggerimenti artistici dalle musiche del mondo, è un ricercatore di nuove sonorità.
Non le capita di sentirsi stretto in un piccolo paese?
«Per le mie canzoni questo mondo di provincia è stato sempre fondamentale, anche in senso antropologico: cercare di capire il modo di vivere del pescatore, del contrabbandiere, del contadino. Io abito tra un lago profondo e alte montagne, tutto ciò ha un forte valore simbolico. Poi, è chiaro: da ragazzo andavo alla festa del paese con la radio in spalla, ascoltavo Dylan, i Clash, Leonard Cohen. C’è stata, senza dubbio, la spinta ad andarsene, a uscire. Ma ho voluto rimanere anche per potere raccontare a tutti questo mondo».
Uno dei colori del lago è la malinconia. Come si traduce nelle sue canzoni?
«Lo spleen del lago... certo. La gente del Lario ha imparato a pilotarlo. È chi viene da fuori che può spaventarsi. Proprio su questo aspetto scuro, «dark», gotico, del lago sarà incentrato il mio nuovo album, che spero uscirà nel 2005. Ci saranno le leggende, le oscure paure dei mostri e del babau, le streghe e i fantasmi di queste parti».
Le radici, il dialetto, la tradizione. Ma Davide Van De Sfroos sulle sponde del lago ascoltava di frodo («de sfroos» significa «di frodo», il cognome vero è Bernasconi) i Clash e ha cominciato a suonare, negli anni Ottanta, in un gruppo punk rock, i Potage. Culturalmente, si considera un conservatore o un progressista?
«È un problema difficile. Posso considerarmi un bipolare schizofrenico: vorrei che tornassero in uso i nomi degli attrezzi agricoli e fossero ripristinate le feste tradizionali. Ma ascolto anche la musica elettronica e sono affascinato dagli alieni. Sono posseduto dagli opposti, guardo avanti e contemporaneamente nello specchietto retrovisore».
Qual è il confine tra memoria e nostalgia?
«Quando il cuore batte all’indietro, è lecito. Ma se inciampa, cade nella tristezza. È un confine sottile, un cammino delicato, però necessario. Un uomo che non conserva la memoria è un uomo senza equilibrio. Molti cercano soprattutto la coerenza con il tempo, con una posizione, con uno status, ma la coerenza è una qualità tipica anche delle pietre».
Arriviamo al presente: il concerto milanese?
«Assieme alla band, farò il nostro spettacolo collaudato, dove si salta e si balla con le canzoni dei miei dischi, alcune arricchite con i fiati. In più, alla chitarra ci sarà un ospite speciale, Alessio Lorenzi, e molti arrangiamenti sono stati curati dal bassista Alessandro Parilli. Una sola cosa mi dà da pensare».
E cioè?
«L’11 maggio è il giorno del mio compleanno e mi mettono in galera... suono all’Alcatraz».

Matteo Speroni
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