da "La Provincia di Como", 04.12.04

Articoli su Davide e il suo mondo apparsi su giornali e riviste

Moderatore: Baristi

da "La Provincia di Como", 04.12.04

Messaggioda breva » sab dic 04, 2004 2:58 pm

Fissato sulla carta il parlare dei laghée che sembra ingenuo ma nasconde un compito socio-educativo I mostri del lago ci insegnano a stare lontani da quelli veri

Da piccoli, avendo una genetica frenesia di crescere, e quindi conoscere ciò a cui andiamo incontro, chiediamo ai grandi di raccontarci una storia. Quando, invece, grandi lo siamo noi, un po' sfiduciati e diffidenti, ci rivolgiamo agli altri dicendo: «Ti prego, non contarmi storie!». Dalla bocca infantilmente aperta, per la meraviglia del sentire racconti straordinari, alle orecchie pragmaticamente chiuse della contemporaneità. Tutto questo, enfatizzando o disconoscendo la figura del narratore, il quale, conscio del suo ruolo di sarto che cuce tempo fantastico e tempo reale, non demorde mai! Il Lario è sempre stato terra di narratori. Non è un caso che gli antenati di uno dei più geniali scrittori tedeschi di favole, Clemens von Brentano, fossero originari della Tremezzina. E in Tremezzina vive anche Davide Van de Sfroos, novello cantore laghée, che con i suoi successi discografici ha creato una sorta di aureola musicale attorno alle storie ascoltate in casa e nelle osterie. Nell'arco di tempo che include i due autori di fama (duecento anni circa), ci sono stati, ci sono, ci saranno, si spera, anche negli anni a venire, personaggi anonimi e modesti, che sulle due rive del lago, continuano a far rivivere, attraverso un parlare ingenuo, magari illetterato: folletti, streghe, morti viventi, tipi leggendari. A questa tradizione orale ha dato voce, e penna, Pietro Berra nel suo libro «Nel paese dei pescaluna». Durante gli excursus che frequentemente intraprendo nei territori della memoria, ritrovo e risento le parole che hanno scatenato in me entusiasmi e paure. Parole che esercitavano il diritto di essere ascoltate, grazie anche al sostegno scenografico di fiamme inquietanti che avevano dimora in quel regno affabulatorio, circoscritto a nicchia, cappa del camino, focolare. Vocaboli come: maledizione, tortura, apparizione, incantesimo, mi appaiono a distanza di anni, in una veste totalmente diversa; riscopro in loro una specie di compito socio-educativo: riconoscere i pericoli guardandosi in giro e guardandosi dentro. Ed è così che strane creature, quali la "Cascia selvadiga", gli "aqualites", i "strii de Turnu e de Ruèna", il "gall bizaresch", i "bragola" e altri ancora mi aiutano a stare alla larga dai nuovi mostri, dei quali, sinceramente, non vale la pena divulgare le gesta. Tornando ai giorni dell'infanzia e ai cantastorie, mi viene in mente, curiosamente, un ormai abusato proverbio latino: «Verba volant, scripta manent», e mi chiedo; che storia sarebbe stata la nostra, se questi uomini e donne, alcuni probabilmente anche analfabeti, non ci avessero tramandato a viva voce, vicende vere o irreali, che contrariamente a quanto sentenziavano gli antichi, non sono volate via?! E meno male che sono rimaste nei cuori e nelle menti di chi le custodisce amorevolmente in attesa di regalarle a chi le apprezzi e le conservi, dando così una continuità a quella cultura popolare che molti preferiscono ignorare, o peggio, cancellare definitivamente. Mi affascina e mi diverte il pensiero che la trasmissione di storie e leggende, avvenga tramite messaggini sms; e mi immagino la scena. Un anziano signore armeggia con il cellulare, e con le dita tremanti pigia sui tastini. Composto il numero del nipote, comincia a digitare e sul display compaiono e scorrono parole d'altri tempi che evocano immagini misteriose e raccontano, raccontano, raccontano... Terminato il messaggio, il nonno aspetta, e la risposta giunge immediata con un'espressione tipica delle ultimissime generazioni: «Che storia!! Bella storia!!». Vito Trombetta
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